Torna a Balde Home Page RACCONTI - IL PIAZZALE
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Il grosso piazzale assolato, costruito rubando spazio ai campi, ed adibito a parcheggio, separava alcune vecchie case di contadini dai nuovi insediamenti artigianali e commerciali, nella forma di diverse palazzine dalla linea moderna caratterizzate dai colori pastello e dalle finestre coi vetri a specchi e sempre chiuse. Nonostante il parcheggio fosse stato realizzato da poco, numerosi ciuffi d’erba si erano già fatti largo tra le piccole mattonelle grigie e rosse che i progettisti, per motivi estetici, avevano preferito all’asfalto. In effetti, gli impiegati, ai quali il parcheggio era destinato, continuavano a parcheggiare dall’altra parte delle palazzine, in corrispondenza della strada statale che percorrevano per recarsi al lavoro e per tornare a casa. Questo stato di relativo abbandono aveva reso quel piazzale una sorta di terra di nessuno, quasi una striscia di protezione dalla contaminazione che il vecchio mondo contadino avrebbe potuto esercitare sulle attività insediatisi di recente e viceversa.
Come tutti i pomeriggi, una coppia di anziani, proveniente dalle vecchie case, stava attraversando il piazzale, per poi scomparire dietro l’angolo della palazzina gialla; dopo circa un quarto d’ora avrebbe ripercorso la strada al contrario. Lui camminava molto lentamente, aiutandosi con un bastone, e si fermava ogni pochi passi come per prendere fiato; lei, col busto piegato in avanti e zoppicando leggermente, lo precedeva di circa cinque metri e, quando necessario, si arrestava per aspettarlo. Avevano il colorito acceso e le mani grosse e pesanti dei contadini, lui con una camicia blu mezza sbottonata e lo sguardo sempre fisso in avanti, come proteso verso un’agognata méta; lei con un fazzoletto bianco in testa ed un vestito azzurro che le arrivava alle ginocchia e lasciava scoperte due gambe robuste segnate dalle vene, ai piedi un paio di logore ciabatte.
 

Dalla finestra del suo ufficio, Mario osservava quella coppia di avventurieri. Così li aveva definiti parlandone ai colleghi e cambiando subito discorso visto lo scarso interesse suscitato dall’argomento. Avventurieri, perché attraversare quel piazzale assolato ed interminabile doveva rappresentare per loro un’impresa non da poco. E dovevano quindi avere un motivo molto importante per farlo. Ci pensava spesso, ma non riusciva a darsi una spiegazione: l’angolo dietro al quale scomparivano i due non nascondeva nulla che li potesse interessare, nelle vicinanze non c’erano negozi, né attività di alcun tipo aperte al pubblico. E poi, il tempo in cui restavano nascosti alla sua vista, circa un quarto d’ora, era insufficiente per permettergli di raggiungere luoghi più lontani. Inoltre, quando ripassavano, al ritorno, non avevano buste della spesa, cestini o altro di particolare. Li considerava marito e moglie, ma, a pensarci bene, non aveva alcun elemento per dedurlo, da così lontano non poteva neanche vedere se avessero la fede, e comunque ciò non avrebbe provato nulla. Sicuramente abitavano in una di quelle casette al di là del piazzale, anche perché, con quel passo incerto, non sarebbero potuti andare più lontano. Ma come poteva capire cosa passasse per la mente di quei vecchi? In fondo, si sentiva lontano un’eternità da quei due contadini, lui cresciuto in una famiglia della piccola borghesia, che aveva a che fare con la terra solo per piantare i gerani nei vasi del terrazzo. C’era, a dividerli, una spessa lastra di vetro, come quella della finestra chiusa che aveva davanti a sé: il sole violento, le erbacce ed il sudore dall’altra parte e, nel suo ufficio, l’ordine, la pulizia ed il fresco dell’aria condizionata. Si vedevano, ma non si capivano, anzi, pensò, abbandonando la metafora, lui li vedeva, ma loro no, dal momento che le finestre avevano i vetri a specchio. Si sentì in colpa pensando a quei vecchi, ignari della presenza di mille occhi intenti a spiarli da dietro quei vetri scuri, o, addirittura, sicuri di essere soli, perché per loro una casa era abitata se c’erano i panni stesi, le grida dei bambini e delle mamme, l’abbaiare dei cani. E la sua palazzina non aveva nulla di tutto ciò, era una scatola silenziosa ed ermeticamente chiusa.
Forse, per loro, non era necessario avere un motivo preciso per andare fin dietro quell’angolo. Ci andavano e basta. Anche a costo di faticare e magari di morire per il caldo nel mezzo di un parcheggio senza macchine pieno di erbacce.
 

Dalla finestra del suo ufficio, Claudia osservava la coppia di vecchi sposi, nella loro patetica uscita quotidiana. Le sembrava di udire le brusche invettive del marito rivolte alla moglie, rea di voler camminare ad un passo che lui, così acciaccato, non era in grado di reggere. E le risposte spazientite di lei, che non voleva o non poteva capire le ragioni di un contadino avvezzo a maneggiare pesanti attrezzi da lavoro e non un misero bastone su cui appoggiarsi. Era certamente lui a pretendere la passeggiata, per sentire ancora sulla pelle il sole, il vento, magari anche la pioggia. Quello che Claudia non capiva era il perché per quella camminata avessero scelto un percorso per loro così impegnativo, attraverso un piazzale assolato e desolante. Forse l’intenzione del vecchio era di spingersi fino al cascinale che si trovava al di là della statale, magari per far visita a parenti o ad amici, ma poi, appena voltato l’angolo, rendendosi conto che le sue gambe non glielo consentivano, era costretto a tornare sui suoi passi. Magari un giorno ce l’avrebbe fatta, o forse no, ma sicuramente ci avrebbe sempre provato. 

Miao, acciambellato all’ombra del vecchio melo, aprì un occhio (ma neanche troppo) per osservare le due persone che gli stavano passando vicino e che, come tutti i pomeriggi, si dirigevano al di là del piazzale. Sicuramente andavano a portare da mangiare a qualche altro gatto del vicinato, come avevano sempre fatto con lui. Considerò l’idea di alzarsi e di seguirli, se non altro per vedere chi fosse il suo simile di cui era, in verità, un po’ geloso. Ma poi, stanco ed assonnato, richiuse l’occhio e rimandò la missione. 

L’occasione per saperne di più sulla méta dell’anziana coppia, capitò a Mario un lunedì in cui il capo gli chiese di recarsi presso una ditta in città per una commissione. Potendo scegliere l’orario dell’uscita, attese di veder comparire i due vecchi sul piazzale, poi si precipitò dietro il famoso angolo, ad attenderli, facendo finta di armeggiare attorno al bagagliaio della propria automobile, che aveva parcheggiato sul ciglio della piccola strada collegata alla statale. Mentre aspettava, notò con sorpresa, a poca distanza da lui, una piccola utilitaria dentro alla quale era seduta una ragazza intenta a spolverare il cruscotto, che riconobbe come un’impiegata di un ufficio del piano di sotto. I loro sguardi s’incrociarono per un istante. Provò imbarazzo, anche perché dall’atteggiamento della giovane era evidente che stesse aspettando qualcuno, forse per un incontro galante e clandestino, e si rese conto di rivestire in quel momento il classico ruolo del rompiscatole. Magari lei stava pensando la stessa cosa di lui, e pure si sentiva imbarazzata, com’era intuibile dal modo in cui evitava di guardarlo e si toccava i capelli.
Si guardò attorno, alla sua destra il muro senza finestre della palazzina con gli uffici; a sinistra, al di là della stradina, un canale, che più avanti scompariva in un grosso tubo tramite il quale sottopassava la statale; oltre al canale, campi abbandonati e poi insediamenti industriali. Alle sue spalle, l’angolo dal quale di lì a poco sarebbero comparsi i due anziani. Il rumore incessante proveniente dalla statale contrastava con la sensazione di calma ispirata dallo scorrere lento dell’acqua limpida e con il cinguettio degli uccelli che si nascondevano tra le fronde di un vecchio fico, proprio nel punto dove l’acqua era inghiottita dal buco nero del tubo di cemento. In quel quadro così bizzarro notò anche un grosso gatto tigrato, seduto nei venti centimetri d’ombra sotto al muro, a debita distanza da lui e dalla ragazza. Gli sembrò che anche l’animale, così come la giovane e, tra poco, i due vecchi, si chiedesse il perché della sua presenza in quel luogo insolito ed assolato, e gli venne la tentazione di andarsene.
 

Proprio in quell’istante, lo sguardo della ragazza e quello del gatto, all’unisono, puntarono verso l’angolo alle sue spalle e anche lui, istintivamente, si voltò a guardare: eccoli, i due vecchietti misteriosi, lei davanti e lui, trascinando i piedi ed aggrappandosi al bastone, qualche metro dietro. Distolse subito lo sguardo, ficcandosi letteralmente dentro al bagagliaio. Dopo un tempo interminabile gli passarono accanto, ignorandolo completamente. Poté studiarli da vicino, poté rendersi conto dei particolari che, dalla sua finestra lontana, non riusciva a cogliere: il sudore, le rughe marcate, gli occhi lucidi di lui, quelli accesi di lei, gli abiti un poco sdruciti e macchiati. Adesso non erano più delle comparse senza carattere, si erano fatte persone, avevano occhi, colori, odori, rumori e attraverso questi Mario poteva decifrarne l’essenza, o, perlomeno, attribuirgliene una. Parole no, non ne avevano, non si dicevano nulla, come se tutto tra loro fosse già noto. Ebbe la conferma che quella passeggiata non recava loro alcun piacere, perlomeno quello che comunemente s’intende come piacere di passeggiare. Ebbe la sensazione che ciò che accadeva era qualcosa di necessario, al quale non si potevano sottrarre, e che lui mai avrebbe potuto comprendere. Passarono, e si arrestarono sotto al grosso fico. Non era la sua ombra che cercavano, sembravano non trarne giovamento, fissavano il tronco, le radici che si spingevano a lambire l’acqua chiara del torrente. Seguitavano a non parlarsi, e nemmeno si guardavano. Dopo dieci minuti, si mossero simultaneamente per tornare verso casa. Era come se avessero compiuto un rito. Forse il bisogno di rinnovare la certezza che almeno quell’angolo della vecchia campagna era sempre lì, come un tempo; forse la necessità di ritrovare l’unica acqua rimasta di tanti fossi e torrenti deviati e coperti, o, forse, solamente un’abitudine da perpetuare per non cadere nello sconforto di saperla finita. 

Claudia mise in moto e partì, in un certo senso delusa dall’assoluto silenzio fra i due anziani coniugi. Però, pensò, è molto romantico che continuino a tornare, quotidianamente, dopo tanti anni, sotto all’albero dove, tra il gorgoglio del torrente e il frusciare delle foglie, ebbe inizio la loro storia. Forse aveva sbagliato ad immaginare insulti e grugniti, forse andavano in quel posto per scambiarsi tacendo frasi affettuose. 

Miao, decisamente sollevato dalla mancanza di rivali, si grattò un orecchio e mosse lentamente verso i suoi territori. La pericolosa missione in terra straniera, che aveva contribuito a rafforzare la sua convinzione di quanto strani fossero gli umani, era conclusa e, in attesa della cena, si meritava un prezioso sonnellino.