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Sulla
facciata del palazzo, a qualche metro da terra, era conficcato un
vecchio gancio ad anello, ormai inutile ed arrugginito…
I
passanti si chiedevano che cosa attirasse l’attenzione di
quell’uomo con la testa leggermente inclinata verso l’alto, che
pareva fissare un punto indefinito del muro. Quell’uomo aveva poco
più di quarant’anni, si chiamava Carlo, e stava ricordando la
faccia un po’ stupita della maestra quando lui, in prima
elementare, le aveva mostrato l’opera con cui aveva inaugurato
l’album da disegno: un filobus. Un filobus verde, colorato in quel
modo un po’ approssimativo, ma deciso, tipico dei bambini. Anzi,
si era perfino premurato di riprodurre, sul muso, il tipico baffo
verde chiaro, a forma di “V”, che ornava alcuni mezzi, quelli
meno utilizzati, quelli che servivano da rinforzo sulle linee
barrate. Perché le linee barrate lo affascinavano proprio: erano
rare, avevano quell’insolita stanga rossa sulla tabella, partivano
per destinazioni inusuali… Le ricordava ancora: Pagliari, Marola,
Piazza Brin… Si era anche fatto portare dal nonno a vedere dove si
trovassero quei capolinea, dove fosse lo scambio che consentiva al
filobus di invertire la marcia e riprendere il bifilare di ritorno.
In verità, il nonno lo aveva accompagnato su tutte le linee gestite
dalla Fitram, perché a Carlo non bastava sapere a memoria il
percorso, doveva anche provarlo… “Nonno, dov’è Campiglia?
Prendiamo il 20, andiamo a vedere!”; “E il Vignale?”, e via
sul 15! E così, con l’amore per gli autobus e per i filobus,
cresceva anche l’amore per la città, per i quartieri periferici,
per i piccoli paesi, per i capolinea deserti e sterrati come quello
del 17, a Montalbano. Per le scalinate storiche, come quella dal
Muggiano a Pitelli, ottima occasione per provare in un sol colpo la
linea 2 e la 22 (e per togliere qualche chilo alla pancia del
nonno!).
E, sempre il nonno, era la vittima delle domande sui grandi misteri
della Fitram: perché i numeri da 5 a 10 non sono assegnati a
nessuna linea? Come fa l’autista del filobus a infilare la
direzione giusta ad uno scambio? Perché Via Persio è così
importante? Già, perché Via Persio era piena di suggestioni: ci
stavano parcheggiati i filobus, in attesa di prendere servizio: si
potevano vedere tutti insieme, confrontarli, toccarli. Poi, Via
Persio era il capolinea di diverse linee; e ancora, all’incrocio
con Via Chiodo, affiorava dall’asfalto un pezzo di vecchia rotaia
del tram, e su quell’argomento il nonno era veramente ben
preparato e felice di raccontare!
Certo, sarebbe stato molto più bello poter entrare nel mitico
deposito del Canaletto, che si trovava proprio nel cuore del
quartiere, vicino a casa sua. Era anche per questa sorta di
convivenza che si era innamorato dei filobus: quante volte era
rimasto a guardare, affascinato, il loro rientro dopo il servizio!
Imboccavano Via Bosco dopo aver battuto lo scambio di via Giulio
della Torre e lentamente, stanchi di una giornata di lavoro, si
ritiravano nella loro tana a riposare, come docili bestioni. A
Carlo, che li spiava dal cancello di Via del Canaletto, dal
marciapiede di Via Carducci o mentre giocava a pallone
all’oratorio salesiano, pareva che dormissero, nella penombra del
capannone, con le aste abbassate, pronti a svegliarsi la mattina
dopo per raccogliere le persone che, infreddolite alle fermate,
accoglievano con un intimo moto di gioia l’apparire in lontananza
di quel muso amico.
Quanti ricordi legati al filobus! Il filobus lascia una traccia
indelebile, un segno dentro di noi e sulla pelle della città: la
vettura vive per decenni sulle strade, la sua longevità fa sì che
l’estraneità della carrozzeria e degli arredi alle mode dei tempi
risulti grottesca agli occhi di alcuni, affascinante a quelli di
altri. Poi, resta il bifilare, che può rimanere ad ornare il cielo
anche dopo la soppressione del servizio; rimosso il bifilare,
restano i pali di sostegno; rimossi anche quelli, a ben guardare,
scorgi infissi nei muri dei palazzi i robusti ganci ad anello che
sostenevano i cavi, ultimo segno di un glorioso passato, primo
impulso di un ricordo che ritorna e che ne richiama altri. E anche
un vecchio gancio arrugginito ti può indurre a raccontare, ad
immaginare, può riuscire ad emozionarti.
In
fondo, era per merito del filobus se aveva scoperto che, a pochi
passi da lui, abitava la ragazza più deliziosa che non avesse mai
incontrato. In quella piovosa mattina stava rimpiangendo di aver
rifiutato ancora una volta il passaggio in auto che la mamma gli
offriva verso la scuola. Era ancora buio, faceva freddo, e poi,
forse, la profe di latino lo avrebbe anche interrogato. Fissava il
bifilare, cercando una piccola oscillazione che avrebbe rivelato
l’imminente l’arrivo del filobus. Poi, si voltò, e incrociò
quello sguardo. Lei stava attaccata al muro, a qualche metro da lui.
Gli occhi erano l’unica cosa che non fosse coperta, ma tanto gli
bastò. Si chiamava Maria, ci mise più di dieci giorni a saperlo;
seppe anche che tra lui e lei c’erano sempre stati non più di una
decina di muri, visto che abitava nell’isolato accanto al suo. Il
filobus della linea 1 offrì loro l’occasione di sedere vicini, di
scambiarsi le prime confidenze. Poi, da un brutto giorno, Maria non
si presentò più alla fermata, e non ebbe più sue notizie. Tentò
di cercarla, ma invano: in fondo, non sapeva nemmeno il suo cognome.
Ripensò a lei ogni mattina, per tutti gli anni del liceo, mentre
aspettava che il muso del filobus spuntasse dalla curva.
Ora, dopo tanti anni, Carlo prendeva ancora il filobus a quella
fermata, anche se il cambio di percorso delle linee gli avrebbe reso
più comodo servirsi di un’altra, e sorrideva sorprendendosi a
guardare verso quell’angolo dove incontrò per la prima volta gli
occhi di Maria. Il filobus non era più lo stesso, era più moderno,
più funzionale, riscaldato in inverno e refrigerato d’estate, ma
Carlo avrebbe preferito che, a portarlo in centro, fosse ancora il
vecchio mezzo, pur essendo perfettamente consapevole che quello
spartano scatolone verde scuro non gli avrebbe comunque potuto
restituire lo spirito dell’adolescenza, il suo entusiasmo, le
paure, lo stupore, l’incoscienza, l’ansia di rincorrere il
futuro. E nemmeno Maria.
***
Una
fredda mattina d’autunno, mentre si avviava a quella fermata, un
ragazzino lo salutò allegramente: “Buongiorno, profe! Oggi non
m’interroghi, per favore, non sono riuscito a fare la
versione!”, e corse verso un gruppetto di coetanei, unendosi a
loro. Sorrise a quella schiettezza, a quella sorta di simpatica
irriverenza della quale mai sarebbe stato capace quando era lui ad
essere nei panni dell’allievo. Giunto alla fermata, in attesa del
filobus per il liceo, pensò ancora una volta a Maria e parve
convincersi che, forse proprio quello stesso giorno, tanti anni
prima, la vide per la prima volta. Tentò di calcolare quanti anni
fossero trascorsi: forse ventisei, forse ventisette, forse… forse
solamente un giorno, perché Maria era incredibilmente lì, accanto
al muro, che gli sorrideva. Certo, un po’ cambiata, ma nemmeno
tanto. Appena si riebbe dallo sbalordimento, la sua bocca pronunciò
qualcosa che non sarebbe più stato in grado di ricordare, poi le si
avvicinò ed incominciarono a parlare, come se avessero dovuto
riprendere un discorso interrotto poco prima. Sul momento, non si
sorpresero nemmeno, quando dalla curva spuntò il muso verde del
vecchio filobus. Per un attimo, forse, provarono anche l’antico
brivido da paura di saggio di matematica; poi realizzarono di essere
nel 2006, davanti ad un filobus del Museo dei Trasporti che
celebrava il centenario della filovia scorazzando ringiovanito per
le vie della città. E si sedettero ai loro posti preferiti, felici
come due bambini sulla giostra.
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